IN DIFESA DEI GIOGHI DI VILLORE E CORELLA. parte 1

AUTORE: T. CAPASSO

LA PREISTORIA

In principio il Mugello era un grande mare, su cui aleggiava uno spirito cosmico che univa gli infiniti mondi dell’Universo.

Poi le acque si ritirarono e apparve una variegata dorsale di monti, valli e crinali.

Sui monti germogliarono molteplici varietà di erbe e alberi fruttiferi, ognuno contenente sementi secondo la loro specie. Nelle acque, rifluite in fiumi e torrenti, comparve un brulichio di pesci, e sopra le acque, volatili di tutte le forme e colori. Sull’asciutto pullularono ogni forma di animali in una miriade di specie.

Infine, giunse l’uomo, che si unì armonicamente a quella terra, coltivandola e arricchendola di nuove specie arboree.

A quei monti fu dato il nome di Appennini.

Vestigia di quell’antico periodo marino si ritrovano ancora oggi su alcuni contrafforti che da Dicomano si alzano verso il giogo di Villore da una parte e il giogo di Corella dall’altra. Quei fossili, risalenti al Miocene (da 23 a 5 milioni di anni fa) sono denominati “lucine”: molluschi bivalve anche di grosse dimensioni, che testimoniano i cambiamenti del nostro ambiente negli ultimi dieci milioni di anni.

LA STORIA sacra

Il crinale dell’Appennino è ricco di storia sacra. È stato per centinaia d’anni il nostro “sacro cammino”, alla stregua del Cammino di Santiago di Compostela.

Nell’anno 1001, alcuni monaci dell’antico eremo di San Benedetto in Alpe si recarono a Porec, in Iugoslavia, dove il venerabile monaco Romualdo risiedeva e aveva edificato un monastero. Lo convinsero a tornare in Italia dove, nell’anno 1012, fondò il Sacro Eremo di Camaldoli e, più in basso, in località Fontebono, un’altra casa per ospitare infermi e pellegrini, “affinché l’eremo sovrastante restasse sempre nascosto e lontano dai rumori del mondo” (Vita di San Romualdo, di San Pier Damiano, 1988). Presero la sua regola (vita eremitica e vita cenobitica insieme) sia il già ricordato convento di San Benedetto in Alpe che quello dei Romiti, ora poco più che un rudere, in prossimità dell’Acquacheta, per citare solo quelli più prossimi al crinale che ci interessa.

Facendo un piccolo salto in avanti di circa venti anni, incontriamo un altro santo monaco itinerante, Giovanni Gualberto, che nel 1036 fondò il monastero di Vallombrosa, origine di tutta la congregazione omonima.

Furono conventi vallombrosani:

  • San Pietro di Moscheta, 1050 circa, sull’Appenino tra Firenzuola e Scarperia
  • San Paolo di Razzuolo, 1047 circa, sulla via Faentina
  • Santa Reparata di Marradi, di poco anteriore

Più quelli del Casentino:

  • San Fedele di Strumi, non distante da Poppi
  • San Salvatore di Sofena, a Castelfranco di Sopra

In territorio toscano:

  • San Salvatore di Settimo, fondato verso l’anno Mille, posto a 9 chilometri da Firenze
  • San Salvi, del 1048, ben presto incluso nella citta di Firenze, (Alle origini di Vallombrosa, a cura di Giovanni Spinelli e Giustino Rossi, 1984)

Oltre a questi monasteri, in prossimità del crinale mugellano in questione, vanno citati almeno il convento San Giovanni Battista a Sandetole, edificato dai Francescani nel XVIII secolo, ma il cui nucleo originario era antecedente all’anno Mille; il convento di Bosco ai frati, fondato dagli Ubaldini prima dell’anno Mille, fra Borgo San Lorenzo e Scarperia, passato ai Francescani nel 1212. Nonché il piccolissimo convento di Monte, in prossimità di Corella, e la pieve di San Martino a Corella, distrutta e riedificata ben due volte.

Ebbene, che strade credete che seguissero i monaci, i pellegrini e tutto il variegato mondo medievale per spostarsi dalla Romagna Toscana e dal Casentino verso il Mugello-Val di Sieve e l’area fiorentina? Dal monastero di La Verna, Camaldoli, San fedele di Strumi verso Bosco ai Frati? O da San Salvatore di Sofena (Castelfranco di Sopra) verso San Paolo di Razzuolo o Santa Reparata di Marradi? Dunque, che strade, se ancora per tutto il 1700 e parte dell’ ‘800 le principali vie maestre erano stradelle e viottoli che “soprattutto nel semestre invernale [diventavano] veri e propri fossi più che strade? (Leonardo Rombai e Marco Morselli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali, 1997). Restava solo la via dei crinali, dove i gioghi di Corella e Villore, con le loro diramazioni verso la Colla di Casaglia e Dicomano, facevano la parte del leone.

Riportiamo ancora testualmente dal testo sopra citato: “Da Biforco sulla via maestra di Marradi una viottola pedonale risaliva la vallata di Campigno fino a Farfareta valicando dal giogo di Villore per Vicchio e da quello di Corella per San Bavello e Dicomano”. (Rombai e Morselli, 1997).

E ancora: “Da Modigliana il modo più celere per andare a Firenze […] era un tracciato arduo e pedonale che proseguiva lungo l’Acerreta fino a Gamogna, al giogo di Corella e a San Bavello”. (Rombai e Morselli, 1997).

la storia profana

Riguardo alla storia profana si vuole citare qui solo alcuni dei vari castelli che punteggiavano il territorio, tra cui quello di Belforte in prossimità del giogo di Corella, il castello di San Bavello eccetera, e vari siti lungo la dorsale dedicati alle fiere annuali. In proposito è utile riportare le parole di Lino Chini da: Storia del Mugello (1876): “Il giogo di Corella permette il passaggio dalla Val di Sieve a quella del Lamone”.

È importante anche ricordare uno dei percorsi che facevano i pastori nel loro cammino di transumanza. “Dalle alte vallate del Tramazzo-Acerreta si potevano seguire gli itinerari di valico del giogo di Villore e del giogo di Corella e scendere in Mugello” (Rombai e Morselli, 1997), da qui poi raggiungere i punti di raccolta e indirizzarsi verso la Maremma.

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